Situazione del Tibet
10 luglio, 2008Il Tibet si trova sotto l’illegale occupazione cinese in quanto la Cina ha invaso questo paese, politicamente indipendente, nel 1949/50. Dal punto di vista giuridico il Tibet non ha mai perso la sua caratteristica di stato. È una nazione indipendente oppressa da una occupazione illegale. Né l’invasione militare cinese né l’occupazione continua da parte dell’Esercito di Liberazione della Repubblica Popolare della Cina hanno potuto trasferire la sovranità del Tibet alla Cina. La Cina, dal canto suo, reclama il suo diritto sul Tibet asserendo che il Tibet è diventato parte integrante della Cina settecento anni fa. Strana convinzione questa, se consideriamo la natura individuale e non cinese della cultura, della lingua, della spiritualità, delle credenze del popolo tibetano. Una autonomia piena e indiscussa. Eppure, nonostante l’inappellabile condanna per il comportamento tenuto dalla autorità cinesi in questi sessant’anni, dal Tibet occupato continuano a giungere notizie drammatiche. I monasteri vengono chiusi, i monaci arrestati, i pastori nomadi deportati. Nel 1959, 1961 e 1965, le Nazioni Unite approvarono tre risoluzioni a favore del Tibet in cui si esprimeva preoccupazione circa la violazione dei diritti umani e si chiedeva “la cessazione di tutto ciò che priva il popolo tibetano dei suoi fondamentali diritti umani e delle libertà, incluso il diritto all’autodeterminazione”. A partire dal 1986, numerose risoluzioni del Congresso degli Stati Uniti, del Parlamento Europeo e di molti parlamenti nazionali hanno deplorato la situazione esistente in Tibet e all’interno della stessa Cina ed esortato il governo cinese al rispetto dei diritti umani e delle libertà democratiche. Malgrado gli incessanti appelli della comunità internazionale, ancora nel 1996, nel tentativo di sopprimere le “attività separatiste”, la Cina lanciò la campagna “Colpisci Duro”, un programma di “ri-educazione patriottica” applicato a tutte le istituzioni religiose in Tibet. I “gruppi di lavoro”, composti principalmente da funzionari dell’Ufficio di Pubblica Sicurezza (PSB), svolgono minuziose sessioni di ri-educazione. Il loro compito principale consiste nell’identificazione, nell’espulsione o nell’arresto di monaci e monache considerati “non patriottici”, di coloro che esprimono una qualsiasi opinione contraria alla politica del partito o che non sono d’accordo con i cinque punti che tutti i monaci e monache sono costretti a sottoscrivere. Questi i cinque punti sono da rispettare: · Dichiarare la propria opposizione a ogni forma di separatismo. Accettare la versione cinese della storia del Tibet · Riconoscere il Panchen Lama designato da Pechino · Negare lo status indipendente del Tibet · Denunciare il Dalai Lama come “traditore della madrepatria” Secondo alcuni testimoni, per convincere i monaci e le monache della bontà delle loro idee, i “gruppi di lavoro”, durante le sessioni di ri-educazione, non esitano a ricorrere alla violenza. I dissensi aperti di solito portano all’arresto. Il governo controlla dove e come avvengono le cerimonie religiose. I ritratti del Dalai Lama, già banditi all’interno delle istituzioni religiose, sono ora vietati anche nelle case private. Il popolo tibetano dunque, nonostante l’interesse della comunità internazionale, continua a presentare un situazione preoccupante. Da una ricerca più approfondita, risultano ancora presenti sul territorio forme di sopruso intollerabili, che cercheremo di esporre sinteticamente:
I prigionieri politici e le condizioni carcerarie in Tibet
Ogni anno centinaia di tibetani sono arrestati e detenuti per aver espresso pacificamente il loro credo politico o religioso, o a causa della loro etnia. Vengono sottoposti a torture fisiche e mentali e tenuti in isolamento, in condizioni ben al di sotto di ogni standard internazionale. Perdono inoltre il diritto a un processo giusto o a qualsiasi garanzia legale, rimanendo privi di ogni possibilità di difendersi dalle accuse. Secondo l’ordinamento giuridico cinese, infatti, diritti legali basilari quali la “presunzione di innocenza fino a prova contraria” e il diritto alla difesa sono sostituiti dalle linee di principio cinesi “prima il verdetto, poi il processo”, “clemenza per chi confessa, severità per chi nega” oppure “correzione e rieducazione attraverso il lavoro”. Tutte le forme di espressione contrarie al Partito Comunista Cinese sono causa di arresto in Tibet. Quasi tutti i prigionieri politici tibetani sono stati arrestati e detenuti arbitrariamente. L’accusa più comune consiste nell’imputazione di “minaccia alla sicurezza dello stato”. Le condizioni carcerarie in Tibet sono disumane. Vengono applicati innumerevoli metodi di tortura, sia fisici che psicologici, per estorcere “confessioni” o semplicemente come strumenti di umiliazione quotidiana. Oltre alle torture fisiche, i prigionieri devono subire talvolta veri e propri traumi psicologici. Per obbligarli a denunciare il Dalai Lama o altri compatrioti, gli ufficiali delle prigioni spesso minacciano i prigionieri di fare del male alle loro famiglie. Le donne prigioniere politiche in Tibet subiscono le forme di tortura più degradanti. Spietati pestaggi, stupri e violenze di tipo sessuale. Il prelievo forzato di sangue è un’altra delle forme di tortura fisica e psicologica utilizzate dai funzionari cinesi. Questo metodo è utilizzato per indebolire fisicamente i prigionieri: uniti a diete povere e alle torture fisiche, i prelievi di sangue provocano spesso la morte dei detenuti. I giovani vengono detenuti nelle stesse carceri degli adulti, viene loro negato un avvocato, non possono avere contatti con le famiglie e sono soggetti alle stesse forme di lavoro forzato e di torture degli altri detenuti. L’arresto dei prigionieri politici non costituisce soltanto una punizione. Per le autorità cinesi è anche il mezzo per tentare di annullare il sentimento di identità tibetana. A questo fine, ai monaci detenuti è proibita la pratica della religione e spesso viene loro imposto l’obbligo di denunciare il Dalai Lama, loro leader politico e spirituale. Mentre i tibetani, nella vita di tutti i giorni, subiscono forti limitazioni nella pratica della religione, nelle prigioni cinesi esiste il divieto assoluto di qualsiasi forma di culto. I monaci e le monache in prigione sono costretti a farsi crescere i capelli, non è loro permesso di prosternarsi né di indossare gli abiti religiosi. Il semplice atto di pregare ad alta voce è proibito e le punizioni per aver rotto questa ‘regola del silenzio’ includono abusi fisici e verbali.
La discriminazione razziale
All’interno del loro paese, i tibetani hanno subito ogni genere di violazioni dei diritti umani e discriminazioni razziali: i tibetani, definiti “minoranza razziale” dalla Repubblica Popolare Cinese, subiscono discriminazioni in ogni settore. La discriminazione sistematica in campo sanitario, educativo, lavorativo, abitativo e della rappresentatività pubblica, continua a ostacolare la partecipazione dei tibetani allo sviluppo del proprio paese e ne ha svilito la posizione sociale al punto che, solo a causa della loro razza, sono considerati cittadini di rango inferiore. Per quanto riguarda l’impiego, il trasferimento di popolazione cinese in Tibet costituisce una delle minacce più gravi. Il massiccio afflusso dei cinesi è stato incentivato da salari più alti, ferie più lunghe, esenzioni fiscali e da migliori condizioni in materia di pensioni e investimenti. I tibetani sono inoltre discriminati in molti settori. I tibetani sono vittime di pregiudizi e, essendo considerati incapaci e arretrati, sono loro offerti solo lavori umili, spesso a patto che, nella vita privata, abbandonino le usanze tipiche della loro cultura. Le cure mediche sono a pagamento, spesso in modo discriminatorio. Molti hanno rivelato di avere dovuto pagare le medicine a un prezzo maggiorato e che ai nomadi analfabeti sono prescritti farmaci scaduti o sbagliati. Inoltre sono negate le cure mediche ai tibetani che riportano ferite in seguito ad attività che le autorità considerano “politiche”. Per il ricovero in ospedale, i pazienti tibetani devono inoltre versare un deposito che varia da 2.000 a 5.000 yuan. Anche se rimborsabile, in molti casi l’importo del deposito risulta proibitivo. Preoccupante è anche la discriminazione nel settore dell’educazione: la stragrande maggioranza dei bambini tibetani può frequentare la scuola solo per pochi anni. Poi la devono abbandonare a causa delle spese esorbitanti, della discriminazione in favore dei cinesi o anche solo perché gli allievi non sono in grado di seguire le lezioni in lingua cinese. Numerosi rapporti confermano che agli studenti tibetani è negato l’accesso alle scuole migliori e all’educazione superiore perché i posti disponibili sono riservati ai cinesi o a figli di funzionari tibetani che lavorano per il governo. Inoltre gli studenti cinesi ricevono, in classe, un insegnamento preferenziale. Per qualche tempo, le autorità cinesi hanno collegato la lingua tibetana al nazionalismo. Con la repressione dell’uso della lingua e della conoscenza della cultura e della storia tibetana Un popolo senza lingua è un popolo senza identità. Vietando la lingua tibetana i cinesi vogliono annientare deliberatamente l’identità tibetana
La repressione religiosa in Tibet
Essendo il buddismo uno degli aspetti più importanti dell’identità nazionale e culturale tibetana, l’ostilità cinese nei confronti della religione è determinata, in Tibet, dal timore che attorno ad essa si cementi il sentimento di unità nazionale dei suoi abitanti. Il governo cinese reprime inoltre la libertà di culto in quanto, conferendo la religione al Dalai Lama lo status di leader spirituale e temporale del popolo tibetano, i credenti obbediscono al Dalai Lama e alla sua politica che il governo di Pechino apertamente rifiuta. Tutti questi fattori fanno del buddismo tibetano il simbolo del nazionalismo del popolo del Tibet e, di conseguenza, è considerato dalle autorità cinesi “distruttivo e controverso”. Per le autorità di Pechino, il problema religioso è un problema politico e le sue istituzioni sono considerate centri di ribellione che devono essere soppresse.
Le condizioni economiche dei tibetani in Tibet
Il governo cinese ha ripetutamente ribattuto alle critiche sul tema dei diritti umani in Tibet ponendo l’accento sullo sviluppo e la crescita economica conseguiti negli ultimi decenni. Un crescente numero di rifugiati fuggiti dal Tibet e le loro testimonianze indicano che c’è stata una effettiva crescita economica del Tibet, specialmente nelle aree urbane, ma che di questa crescita hanno beneficiato principalmente i coloni cinesi. La povertà dilaga fra i tibetani residenti nelle aree rurali e, nel Tibet Centrale, circa 300.000 famiglie vivono sotto la soglia di povertà che, secondo la definizione ufficiale del governo cinese, si applica a persone con un reddito annuo pro capite di meno di 650 yuan (USD 80). Peraltro, utilizzando lo standard internazionale di povertà di 1 dollaro al giorno, praticamente tutte le zone rurali del Tibet vivono sotto la soglia della povertà. I lavoratori cinesi ricevono spesso salari che sono tre o quattro volte più alti rispetto a quelli delle altre province. I tibetani vengono raramente assunti e rappresentano solamente il 5-10% della forza lavoro impiegata nei progetti e nelle industrie sotto il controllo cinese.
La violazione dei diritti delle donne in Tibet
I diritti fondamentali delle donne tibetane continuano ad essere violati dal punto di vista politico, culturale, economico, sociale nonché da quello dell’integrità fisica. Le donne tibetane, spesso monache, continuano ad essere arrestate arbitrariamente per aver esercitato il loro diritto alla libertà di opinione ed espressione e, in carcere, sono soggette a maltrattamenti e torture. Spesso sono anche costrette a subire contro la loro volontà la pratica della sterilizzazione forzata o pratiche di contraccezione o aborto forzati. Le donne che hanno avuto due figli sono infatti obbligate a farsi sterilizzare, spesso con interventi sommari, in alcuni casi mortali. Le tibetane sono costrette ad abortire anche al settimo od ottavo mese di gravidanza, in molti casi senza anestesia. Spesso, di fronte alla minaccia di multe salate o di altre gravi sanzioni, non hanno altra scelta. Sono state imposte delle quote per ridurre il numero di figli e le famiglie che superano la quota assegnata devono affrontare la discriminazione e grosse multe. Un bambino o una bambina nati “fuori quota” sono generalmente trattati come una “non-persona”, non saranno registrati all’anagrafe e di conseguenza nel corso della loro vita si vedranno negati tutti i più elementari diritti quali cibo, tessere annonarie, istruzione o il diritto ad ottenere della terra.
La violazione dei diritti dell’infanzia in Tibet
Purtroppo, il governo cinese continua invece a violare i diritti dei bambini tibetani sia in materia di educazione e assistenza sanitaria sia per quanto concerne la libertà di espressione. Ogni anno numerose famiglie tibetane sono costrette a mandare i propri figli in esilio per assicurare loro libertà ed educazione scolastica. La grande maggioranza dei bambini tibetani può frequentare una scuola solo per qualche anno. In seguito sono costretti ad abbandonarla a causa delle tasse scolastiche troppo elevate, della discriminazione a favore di allievi cinesi o semplicemente perché non sono in grado di seguire le lezioni in lingua cinese. La Convenzione dei Diritti del Bambino riconosce che lo scopo dell’educazione è di sviluppare le proprie idee o percezioni. Ai bambini tibetani è invece vietato, a scuola, indossare i vestiti tradizionali, osservare le festività del loro paese e, talvolta, anche mangiare il cibo tipico. Spesso a scuola viene implicitamente insegnato che il popolo tibetano è inferiore a quello cinese e che le tradizioni tibetane sono arretrate. Inoltre gli studenti vengono costantemente indottrinati sulla grandezza dei leader comunisti cinesi.

