SCUOLA, TANTI FONDI MA GESTITI MALE
7 ottobre, 2008L’istruzione in tempi di crisi economica: e se non fosse solo una questione di ammontare delle risorse? Ovvero non di quanto si spende ma di come si indirizzano i fondi a disposizione? Per l’Italia sembra essere questo il primo e più importante nodo da sciogliere per un vero salto di qualità. A tracciare la diagnosi l’edizione 2008 del Rapporto OCSE sull’istruzione. “La spesa – ha spiegato infatti Andreas Schleicher, responsabile della ricerca sull’istruzione dell’Ocse – non è il difetto principale dell’Italia”. Che anzi, per quanto riguarda la scuola primaria invece più risorse della media OCSE – 6.835 per alunno contro 6.252 dollari – mentre per la scuola secondaria è in linea con la spesa Ocse – 7.648 dollari contro 7.804. Il vero problema dell’Italia è invece “come vengono spesi” i fondi elargiti dallo Stato. A cominciare dall’annosa questione dei salari degli insegnanti. Gli stipendi dei docenti italiani infatti, se confrontati con quelli dei colleghi internazionali, scendono in basso alla classifica dei più retribuiti: di 29.287 dollari l’anno. Il loro tasso di crescita resta fra l’altro nettamente inferiore alla media Ocse, pari all’1% tra il 1996 e il 2006 contro il 15% degli altri paesi.
Un dato negativo bilanciato dal fatto che i carichi di lavoro sono “relativamente bassi”. Gli insegnanti della scuola primaria, ad esempio, svolgono 735 ore di lezione l’anno contro le 812 della media Ocse. Va meglio con gli alunni tra i 7 e i 14 anni che stanno in aula più ore: 8mila rispetto alle 6.907 della media dei paesi membri dell’Ocse: solo in Cile si studia di più che in Italia, con 9mila ore. Situazione ben diversa all’università, dove in media i paesi Ocse spendono 11,512 dollari per ogni studente mentre l’Italia ne investe solo 8.026. E se oggi, da un lato, solo il 19% dei 25-34enni italiani possono vantare un diploma di laurea – dato ben distante dal 33% della media Ocse – dall’altro il tasso di laurea dei nuovi studenti è passato al 17% del 2000 al 39% del 2006. Un risulttao importante che, sottolinea il rapporto Ocse, “va largamente attribuito alla riforma del 2002, quando agli studenti iscritti a corsi di laurea (pre riforma) è stata dta la possibilità di concludere gli studi in 3 anni”. Ben pochi però arrivano a discuere la tesi: solo il 45% degli iscritti, a fronte di una media ocse del 69%. Al di sotto della media di Cile e Messico, in una classifica impietosa che vede l’Italia fanalino di coda insieme a Brasile, Turchia, Repubblica Ceca e Slovacchia.
Un altro dato che si presta a una lettura analitica, il tasso di abbandono degli studi universitari, dal secondo livello sino al post-laurea: nella media su 19 paesi Ocse il 31% non termina gli studi universitari superiori. L’Italia raggiunge il 50% dell’abbandono universitario. I commentatori Ocse leggono in questo valore la necessità di potenziare i meccanismi di orientamento scolastico degli allievi, tra l’istruzione superiore e l’insieme dei programmi universitari.
In questo contesto si inseriscono le raccomandazioni di Angel Gurria, segretario generale dell’Ocse, che ha consigliato una razionalizzazione delle risorse già investite, l’obiettivo generale è che ci sia una crescita delle qualifiche professionali per colmare il gap, del rapporto tra il numero di cittadini con una formazione universitaria superiore, e le professioni che richiedono un livello di competenze elevate. Quasi tutti i Paesi dell’Ocse la proporzione di posti di lavoro a competenza elevata è generalmente superiore all’offerta di professionisti con qualità corrispondenti a questi ruoli. In Italia a fronte di un 12% di specializzati ad alto potenziale, esiste un 40% di professioni che richiedono alte qualifiche, valutato sulla popolazione tra i 25 e i 64 anni. Sui nostri stessi valori la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia.
Altro neo del nostro sistema formativo la scarsa integrazione di fondi privati nelle facoltà universitarie e negli istituti di ricerca: nella media Ocse è del 27% e supera il 50% in Australia, negli Stati Uniti e in Giappone, addirittura il 70% in Corea. L’Italia sta nella media Ocse con un dignitoso 33%. Ma non basta, le scelte di cui parla l’Ocse suggeriscono una differenziazione del finanziamento degli atenei in relazione al numero di laureati, al livello di occupazione dopo la laurea, alla ricerca prodotta, alla percentuale di internazionalizzazione (pagina nera per l’Italia che attrae solo l’1,7% degli studenti internazionali, nonostante le basse tasse universitarie) e una relativa modulazione delle tasse universitarie secondo criteri meritocratici.

