DAI PRIVATI PRESTITI E BORSE DI STUDIO
9 ottobre, 2008Anche l’istruzione, soprattutto universitaria, deve reinventarsi, come gli altri settori, come l’energia deve diventare sostenibile. L’Italia può farcela se rivoluziona la distribuzione delle risorse e motiva i meritevoli ad andare fino alla fine, ad acquisire quelle competenze, molte nei settori tecnologici e scientifici, che sono motore di sviluppo, sostengono dall’Ocse. L’investimento nell’università italiana è solidamente pubblico, la partecipazione dei privati emerge nei master o programmi post-laurea, i costi gravano sulle famiglie e la proporzione di studenti lavoratori è minima. Le buone pratiche vengono dagli altri paesi.
A cominciare dall’Europa del Nord: i paesi scandinavi sono riusciti a favorire la partecipazione all’istruzione terziaria tramite importanti finanziamenti pubblici e privati, con aiuti sia agli istituti sia agli studenti e alle famiglie. In molti paesi, le tasse d’iscrizione variano in base alle prospettive degli studenti sul mercato del lavoro e ai redditi rpevisti dopo il conseguimento del titolo di studio. Misure spesso accompagnate da aiuti finanziari agli studenti meno abbienti, sotto forma di borse di studio o di prestiti vantaggiosi.
L’Australia e la Nuova Zelanda integrano i prestiti per le tasse condizionati al reddito futuro con aiuti finanziari subordinati a un limite di reddito per le spese di mantenimento, e con borse di studio per coprire le spese generali della fasce più deboli. Ma senza andare lontano i prestiti sono una realtà in Germania, con il programma Bafog; in Spagna con Agaur; nel Regno Unito dove nessuno studente s’iscrive all’università senza chiedere un loan al servizio centrale d’immatricolazione Ucas. Prestiti che possono essere restituiti in dieci anni o più,, a tassi negoziati con le banche che stabiliscono partenariati con le università. Inoltre, anche le università possono produrre reddito e autofinanziare alcuni dei propri servizi, attraverso l’esistenza di strutture per l’alloggio, al ristorazione, i servizi agli studenti, efficienti e a costi contenuti, ma che costituiscono un’entrata e non un’uscita nel budget complessivo. L’Ocse ha anche analizzato il bilancio unitario degli istituti universitari e la voce relaiva agli investimenti dalle aziende, dei centri di ricerca e innovazione. In molti paesi come Germania, Austria, Belgio, Francia, Italia e Svizzera le varie voci sono considerate spese di funzionamento, provocando una lievitazione della spesa unitaria per la vita degli istituti universitari, poiché gli stessi stati assegnano a R&D un budget che va dallo 0,4 allo 0,8 del Pil.
Nella maggior parte dei Paesi Ocse, e anche nella Ue, il finanziamento pubblico alle università è differenziato attraverso una valutazione, sulla ricerca prodotta, sull’internazionlità di studenti e docenti. Esiste uno standard europeo di qualità, applicato in molti Paesi Europei, oggetto in novembre di un importante forum sulla qualità universitaria che si terrà a Budapest alla Corvinus university, organizzato dall’Enqa, European Association for Quality Assurance in Higher Education.

