ADERISCI AI GIOVANI PADANI




Liberi di andare a scuola

27 ottobre, 2008

… perchè non aderiamo alle manifestazioni contro la Riforma Gelmini?
 

In un momento di confusione generale come questo, bisogna ripartire da capo, cioè da quello che ci sta veramente a cuore nella vita e nella scuola e sottoporlo alla verifica dei fatti.

Innanzitutto ci sta a cuore la libertà, cioè la possibilità di custodire e far crescere quello che l’esperienza ci ha mostrato come buono per noi.

È libertà se un ragazzo, pur dissentendo dalla protesta, non può entrare in classe?

È libertà ripetere solo slogan di cui si diventa schiavi, senza riuscire a dare un giudizio frutto di un reale paragone con la realtà?

È libertà il clima generale per cui sembra non importare a nessuno che uno abbia o no reali motivi per protestare o per entrare a scuola?

Se siamo seri e leali ci rendiamo conto che in queste circostanze scattano dei meccanismi che portano lontano dalla libertà. Portano lontano da un reale giudizio sulle cose.

 

Sappiamo che tra i ragazzi che hanno manifestato in questi giorni, insieme ai tanti – per non dire la maggioranza – che hanno aderito in massa al “cabò” legalizzato, c’è chi si è mosso per un desiderio di essere protagonista. Allo stesso modo, tra gli studenti entrati in classe c’è chi l’ha fatto non passivamente o per menefreghismo ma per affermare il valore della scuola come luogo di crescita.

Ora, in nome delle esigenze più grandi che ci spingono ad agire, chiediamoci se gli scioperi e le manifestazioni che in questi giorni stanno immobilizzando la scuola corrispondono veramente a quello che vogliamo.

 

Il sistema scolastico ha bisogno da tempo di essere riformato, e questo è noto a tutti: allora perché opporsi così, per partito preso, ad ogni tentativo di cambiamento? Sicuramente c’è chi usa tutto questo per chiari scopi politici. E così l’ideale di una scuola migliore diventa trappola dell’ideologia. Che peccato.

Non vogliamo svendere la nostra domanda di conoscenza e educazione a chi ne fa solo una bandiera o una questione di potere.

 

Un giudizio è la naturale conseguenza di una domanda, di un problema. Procedere ideologicamente, al contrario, rende schematici e ottusi. La realtà deve ricominciare a costituire un problema, a porre un problema per la cui soluzione la nostra ragione è stimolata. Solo su questo livello si può impostare una discussione che sia veramente per il bene della scuola, e per il bene comune in generale.

Proviamo dunque con un metodo diverso. Volendo guardare le cose, dandosi ragione di esse, si aprono questioni più grandi, altre domande, che portano ad un giudizio perlomeno più approfondito. Basta un numero perché inizi questo percorso.

 

Il decreto legge della Gelmini propone:

8 miliardi di euro tolti alla scuola pubblica

 

Sono grandi tagli. Si dice che porteranno alla “distruzione della scuola pubblica”. Proviamo a verificarlo. Siamo sicuri che l’equazione, sulla bocca di molti, “tagli = meno qualità” sia giusta?

Guardiamo la scuola italiana com’è. Partiamo dalle reali condizioni di questa scuola pubblica. Secondo i dati PISA dell’OCSE, prendendo in considerazione i 13 anni del percorso scolastico dalle elementari alle superiori, si arriva ai 100 mila dollari per alunno, 23 mila in più della media.

Ma quali sono i risultati?

La penisola è seconda solo alla Turchia con il 10,9% dei ragazzi e l’11,4% delle ragazze tra i 15 e i 19 anni che non vanno nè a scuola né lavorano, mentre non brillano i coetanei che frequentano la scuola: come confermano i test PISA i quindicenni italiani figurano nelle ultime posizioni (24esimi) per abilità e conoscenze. Mentre in Germania la pubblicazione dei dati del 2003 ha determinato una mobilitazione generale di scuole e famiglie, con il risultato di risalire dal 18° posto del 2003 al 13° del 2006, l’Italia ha perso nel frattempo 9 posizioni scendendo nel 2006 al 36° posto tra le nazioni OCSE. Allora non c’è bisogno che qualcosa cambi?

C’è un reale rapporto tra la qualità della scuola e le risorse utilizzate per essa?

Eric Hanushek, esperto di politiche educative, specializzato nell’economia e nella finanza della scuola, sostiene che non esiste correlazione tra spesa per la scuola e la sua qualità. Come poi dimostra un altro grande studioso di sistemi scolastici, Wossmann, determinante per la scuola è piuttosto il grado di autonomia delle scuole.

Come quindi questi tagli in sè distruggerebbero la scuola pubblica?

Questo è solo un esempio di come un gruppo di studenti ha iniziato ad affrontare la questione della riforma, da cui emerge non solo che il problema di una riforma del sistema scolastico esiste, ma anche che esso è molto più ampio di quanto ci fanno credere.

Comunque, riforma o non riforma, indipendentemente dagli schieramenti politici, una cosa ci è chiara: che laddove un professore si mette in gioco con la sua professionalità e la sua umanità, e laddove ci sono studenti disposti a seguirlo, la scuola vive. Per questo noi lottiamo ogni giorno. Alle riforme della scuola chiediamo innanzitutto di sostenere e valorizzare questo vero rapporto educativo.