ADERISCI AI GIOVANI PADANI




Dialetto, partono i corsi in 100 scuole della città di Milano

25 settembre, 2009

Un tempo c’erano i nonni: a loro era delegata la cura del nipotino e le prime parole il pupo le pronunziava anche grazie a loro. E se poi erano in dialetto, tanto meglio. Ora invece penserà la scuola a formare i piccoli lumbard di domani: torna per il terzo anno consecutivo il progetto voluto da Palazzo Marino, per sostenere e diffondere lo studio del dialetto nelle scuole elementari e medie della città. Lanciato per la prima volta nel 2007, all’epoca solo 36 istituti risposero all’iniziativa. Già nel 2008, però le classi che studiavano anche il dialetto erano salite a 86, mentre per quest’anno, alla vigilia della partenza dei corsi che prendono il via ad ottobre, sono un centinaio gli istituti che si sono già prenotati per le «Lezion sui stòri de Milan, sui nòster tradizion e anca tanto de pù». Così si chiama il ciclo di «cultura lombarda» che infatti sarà multidisciplinare, abbracciando non solo la lingua del dialetto ma anche usi costumi, fiabe, leggende e tradizioni meneghine. «Per le scuole che ne faranno richiesta il corso prevede oltre al materiale didattico, anche la presenza di un paio di relatori che, per una o due ore, intratterranno i ragazzi sulla storia della città, rigorosamente parlando il vernacolo locale.

«I corsi sono completamente gratuiti per gli istituti che ne faranno richiesta – spiega Massimiliano Orsatti, assessore a Turismo, Marketing territoriale e Identità – : si tratta di un’occasione per conoscere in maniera divertente ed approfondita tanti aspetti della nostra cultura passando dalla storia alla musica, dalle fiabe alla gastronomia». Secondo Orsatti iniziative come questa sono necessarie «per tramandare la conoscenza e la cultura del nostro territorio, soprattutto per chi in famiglia non ha la fortuna di avere nonni o parenti in grado di trasmettere alle giovani generazioni l’amore e la passione per la nostra città e le sue tradizioni più autentiche». Niente paura nemmeno per chi avesse però superato l’età scolare: per gli adulti, infatti, l’Antica Credenza di Sant’Ambrogio, che cura i corsi nella scuole, organizza anche approfondimenti per adulti, al costo di 100 euro, all inclusive, pardon «Tutc pagàa». Per loro l’approccio sarà più ampio ed esaustivo: nelle 36 lezioni, di 2 ore ciascuna, ogni giovedì verranno affrontate le diverse espressioni della cultura milanese e lombarda, come storia, arte, architettura, territorio e idrografia, urbanistica, tradizioni locali, logistica alimentare, musica e canzoni della tradizione. Alle lezioni si affiancheranno 15 visite guidate in città oltre a un ciclo di conferenze di approfondimento.

di Lucia Galli da Il Giornale del 24 settembre 2009





Io, studente leghista: perché mi vergogno dell’Unità d’italia

21 agosto, 2009

Scambio di lettere sul Paese tra passato e presente


Caro professor Galli della Loggia,
sono uno studente universita rio di 24 anni con una certa pas sione per la storia. Sono un leghista, ab bastanza convinto. E lo confesso: se fac cio un bilancio, certamente sommario, dall’Unità nazionale ad oggi, le cose per cui vergognarmi mi sembrano maggiori rispetto a quelle di cui essere fiero.

Penso al Risorgimento, alla massone ria e al disegno di conquista dei Savoia, rifletto sul fatto che nel Mezzogiorno fu rono inviate truppe per decenni per seda re le rivolte e credo che queste cose abbia no più il sapore della conquista che della liberazione. E penso, ancora, al referen dum falsato per l’annessione del Veneto e al trasformismo delle elite politiche post-risorgimentali. E poi il fascismo, con la sua artificiosa ricostruzione di una romanità perduta e imposta a un popolo eterogeneo e diviso per 1500 anni che della «romanità classi ca » conservava ben poco: la costruzione di una «religione politica» forzata al po sto di una «religione civile» come invece avvenne in Francia con la Rivoluzione, che fu davvero l’evento fondante di un popolo. In Italia l’unica cosa «fondante» potrebbe essere stata la Resistenza: ma anche lì, a guardare bene, c’era una Linea gotica a dividere chi la guerra civile l’ave va in casa da chi era già in qualche manie ra libero.

E poi la Prima Repubblica, che si salva in dignità solo per pochi decenni, i pri mi, e poi sprofonda nei buio degli anni di piombo con terrorismo di sinistra e stra gi di destra (o di Stato?), nel clientelismo politico più sfrenato, nelle ruberie, nelle grandi abbuffate che ci hanno regalato uno dei debiti pubblici più grandi del mondo.

Quanto alla Seconda Repubblica, l’ab biamo sotto agli occhi: la tendenza dei partiti a trasformarsi in «pigliatutto» multiformi e dai programmi elettorali quasi identici, con le uniche eccezioni di Di Pietro e della Lega. Il primo però è de stinato a sparire con Berlusconi, che è la ragione del suo successo: quando svani rà la causa, svanirà anche l’effetto. Anche la Lega dopo Bossi potrebbe sparire, ma almeno a sorreggerla ci sono un disegno, un’idea, per quanto contestabili.

Guardo allo Stato poi e alla mia vita di tutti i giorni e mi viene la depressione. Penso a mia mamma che lavora da quan do aveva 14 anni ed è riuscita da sola a crearsi un’attività commerciale rispettabi le e la vedo impazzire per arrivare a fine mese perché i governi se ne fregano della piccola-media impresa e preferiscono continuare a buttar via soldi nella grande industria. E poi magari arriva anche qual che genio dell’ultima ora a dire che i com­mercianti son tutti evasori. Vedo i miei dissanguarsi per pagare tutto corretta mente e poi mi ritrovo infrastrutture e servizi pubblici pietosi. Vedo che viene negata la pensione di invalidità a mia zia di 70 anni che ha avuto 25 operazioni e non cammina quasi più solo perché ha una casetta intestata. E poi leggo che nel Mezzogiorno le pensioni di invalidità so no il 50% in più che al Nord. Come faccio a sentire vicino, ad amare, a far mio uno Stato che mi tratta come una mucca da mungere e in cambio mi dice di tacere?

Non ho paura degli immigrati, né so no ostile a chi ha la pelle differente dalla mia. Mi preoccupo però di certe culture. Per esempio mi spaventano i disegni di organizzazioni come i Fratelli musulma ni, ostili verso l’Occidente, e mi fan pau ra le loro emanazioni europee. Non vo­glio barricarmi nel mio «piccolo mondo antico», ma ho realismo a sufficienza per pensare di non poter accogliere il mondo intero in Europa. La gente che entra va integrata, ma io credo che la possibilità di integrazione sia inversamente propor zionale al numero delle persone che en trano. Eppure, se dico queste cose, mi danno del «razzista». Non mi creano pro blemi le altre etnie, mi crea problemi e fastidio invece chi le deve a tutti i costi mitizzare, mi irrita oltremodo un multi­culturalismo forzato e falsato. Mi spaven tano l’esterofilia e la xenomania, secondo le quali tutto ciò che viene da fuori deve essere considerato acriticamente come positivo, «senza se e senza ma». In prati ca ho paura che l’Italia di domani di italia no non avrà più nulla e che il timore qua si ossessivo di non offendere nessuno e di considerare ogni cultura sullo stesso piano, cancelli quel poco di memoria sto rica che ancora abbiamo. Mi crea profon do terrore la prospettiva che la nostra ci viltà possa essere spazzata via come ac cadde ai Romani: mi sembra quasi di es sere alle porte di un nuovo Medioevo con tutte le incognite che questo può ce lare. E ho paura, paura vera. Sono razzi sta davvero oppure ho qualche ragione?

Matteo Lazzaro


La storia è positiva
Ma protesta e paura oggi sono fondate

No, non è la lettera di un razzista la lettera di questo studente — un bravo studente, si può immagina re — che il Corriere ha deciso di pubblica re per contribuire a far conoscere al Paese da quali sentimenti e di quali ragioni si fa forte l’opinione pubblica leghista così dif fusa al Nord. Ha quasi sempre delle ragio ni, infatti, anche chi non ha ragione: pure quando tali ragioni, com’è questo il caso, sono costruite su un ordito di vere e pro prie manipolazioni storiche.

Quanto scrive Matteo Lazzaro dimo stra innanzi tutto, infatti, il rapporto stret tissimo che inevitabilmente esiste tra sto ria e politica; e di conseguenza, ahimè, il disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole da un lato da una sfilza di manuali di storia redatti al l’insegna della più superficiale volontà di demistificazione, e dall’altro da una mas sa d’insegnanti troppo pronti a sintoniz zarsi sulla stessa lunghezza d’onda. Gli uni e gli altri presumibilmente convinti di contribuire in questo modo alle fortu ne del progressismo «democratico» anzi ché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico di tutt’altro segno. Ecco infatti il risultato che si è fissato nella mente di molti italia ni: una storia del nostro Paese inverosimi le e grottesca, impregnata di negatività, violenza, imbrogli e sopraffazione. Una storia di cui «vergognarsi», come pensa e scrive per l’appunto Lazzaro, e che quindi può solo essere rifiutata in blocco: domi nata dall’orco massone e da quello sabau do, dalla strega della partitocrazia, dal bel zebù del «clientelismo», sfociata in «uno dei debiti pubblici più alti del mondo». Nessuno sembra aver mai spiegato a que sti nostri più o meno giovani concittadini che il Risorgimento volle anche dire la possibilità di parlare e di scrivere libera mente, di fare un partito, un comizio e al tre cosucce simili; o che ad esempio, nel tanto rimpianto Lombardo-Veneto di au striaca felice memoria, esisteva una cosa come il processo «statario», in base al quale si era mandati a morte nel giro di 48 ore da una corte marziale senza neppu re uno straccio di avvocato. Nessuno sem bra avergli mai raccontato come 150 anni di storia italiana abbiano anche visto, ol tre alle ben note turpitudini, un intero po polo smettere di morire di fame, non abi tare più in tuguri, non morire più come mosche e da miserabile che era comincia re a godere di uno dei più alti redditi del pianeta. Così come nessuna scuola sem bra aver mai illustrato ai tanti Matteo Laz zaro quello che in 150 anni gli italiani han no fatto dipingendo, progettando edifici e città, girando film, scrivendo libri: non conta nulla tutto ciò? E si troverà mai qualcuno infine, mi domando, capace di suggerirgli che la democrazia non piove dal cielo, che tra «uno dei debiti pubblici più alti del mondo» e l’ospedale gratuito sotto casa o l’Università dalle tasse presso ché inesistenti qualche rapporto forse esi ste? E che la storia, il potere, la società, sono faccende maledettamente complica te che non sopportano il moralismo del tutto bianco e tutto nero, del mondo divi so in buoni e cattivi?

È quando viene all’oggi, invece, che il nostro lettore ha ragione da vendere, e al le sue ragioni non c’è proprio nulla da ag giungere. C’è semmai da capirle e inter pretarle. Il che tira in ballo la responsabili tà per un verso della classe politico-intel lettuale di questo Paese, per l’altro quella dei nostri concittadini del Mezzogiorno. Per ciò che riguarda la prima è necessario e urgente che quello strato di colti, di gior nalisti di rango, di scrittori, di attori della scena pubblica, i quali tutti insieme con tribuiscono alla costruzione del «discor so » ufficiale del Paese, la smettano di as sumere un costante atteggiamento di suf ficienza, se non di disprezzo, verso ogni pulsione, paura o protesta che attraversa le viscere della società settentrionale (ma non solo! sempre più non solo!) taccian dola subito come «razzista», «securita ria », «egoista», «eversiva» o che altro. Pe ricoli di questo tipo ci saranno pure, ma come questa lettera spiega benissimo si tratta di pulsioni e paure niente affatto pretestuose ma che hanno un senso vero, spesso un profondo buon senso, e dun que chiedono risposte altrettanto vere, sia culturali che politiche: non anatemi che lasciano il tempo che trovano.

E infine i nostri concittadini del Mezzo giorno: questi sbaglierebbero davvero se non avvertissero nelle parole del lettore leghista l’eco neppure troppo nascosta di una richiesta ultimativa che in realtà or mai parte non solo da tutto il Nord ma an che da tante altre parti del Paese. È la ri chiesta che la società meridionale la smet ta di prendere a pretesto il proprio disa gio economico per scostarsi in ogni ambi to — dalla legalità, alle prestazioni scola stiche, a quelle sanitarie, all’urbanistica, alle pensioni — dagli standard di un pae se civile, tra l’altro con costi sempre cre scenti che vengono pagati dal resto della nazione. Il resto dell’Italia non è più dispo­sta a tollerarlo, e si aspetta che alla buo n’ora anche i meridionali facciano lo stes so

Ernesto Galli della Loggia





I nuovi presidi? Tutti meridionali!

20 agosto, 2009

Napoli, Palermo, Foggia, Roma. Sono le città da cui arriveranno i nuovi presidi “lombardi”. Dei 105 posti disponibili in Lombardia infatti solo uno è stato assegnato a un candidato che ha vinto il concorso sopra il Po.

Lombardia, i nuovi presidi arriveranno dal Sud

Napoli, Palermo, Foggia, Roma. Sono le città da cui arriveranno i nuovi presidi ”lombardi”. Dei 105 posti disponibili in Lombardia infatti solo uno è stato assegnato a un candidato che ha vinto il concorso sopra il Po. I restanti 104 arriveranno da altre parti d’Italia, quasi tutti dal Sud.  L’emigrazione degli aspiranti presidi è presto spiegata: basta guardare i risultati dell’ultimo concorso, fatto nel 2006. In Piemonte, come in Toscana, non ci sono candidati in esubero, in Lombardia uno solo, in Sardegna 16. In Puglia hanno invece vinto posti che non esistono in 109, in Sicilia 107, in Campania addirittura 279. Dal momento che in quelle regioni i posti disponibili sono molti meno dei vincitori del concorso, i candidati puntano dritti verso le scuole del Nord. Con il rischio, già denunciato dalla direzione scolastica lombarda, che una volta ottenuto il posto i presidi del Sud chiedano l’assegnazione “provvisoria” nella provincia di provenienza, lasciando in Lombardia cattedre scoperte. Una situazione che Giuseppe Colosio, direttore scolastico lombardo, definisce “anomala e preoccupante. La disparità di giudizio e severità fra le commissioni dei concorsi delle diverse regioni non fornisce garanzie sulle capacità professionali di chi si appresta a guidare le scuole lombarde”. Traducendo in modo meno zuccheroso: i presidi del Sud sono meno preparati di quelli del Nord.
Sulle necessità di correggere le differenze nel reclutamento di personale fra tra regione e l’altra sono d’accordo anche i sindacati. “Per i nuovi concorsi – spiega Renato Capelli, segretario regionale di Cisl scuola – il governo deve prevedere regole certe, che siano uguali in tutta Italia”.

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da BergamoNews del10 agosto 2009





Dialetti Padani leggitimamente insegnati nelle nostre scuole? Siamo razzisti, ma…

20 agosto, 2009

… ma il Siciliano è studiato nelle scuole dell’isola a partire dal 1981

ARTICOLO .pdf





Prof legati al territorio… ma il 70% dei futuri docenti è del Sud

20 agosto, 2009

Scuola, la Lega sul test di dialetto per prof

28 luglio 2009 da ilSole24Ore

I professori dovranno superare un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Stop dunque alla selezione basata sui titoli di studio. È quanto la Lega chiede che venga inserito nella riforma della scuola all’esame della commissione Cultura della Camera. Ma il presidente della commissione, Valentina Aprea (Pdl), dice no e sconvoca il comitato ristretto investendo della questione direttamente la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Lega, però, si oppone. E la riforma, per il momento si blocca.

«Il presidente Aprea – spiega Paola Goisis, deputata della Lega e presentatrice della richiesta – ci ha detto che il testo dovrà essere discusso direttamente in aula. Ma a questo noi ci opporremo perchè non si può scavalcare così la volontà di un partito di maggioranza e la stessa Commissione. Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così – racconta ancora la parlamentare leghista – abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora era all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che ad un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante».

La Lega, cioè, vuole inserire un test, per i professori, che attesti, per dirla con le parole di Paola Goisis, «il loro livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano. «Non garantiscono un’omogeneità di fondo – osserva il deputato del Carroccio – e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale».

Goisis ricorda quindi che lei tempo fa presentò una proposta di legge per rendere obbligatorio l’insegnamento del dialetto nelle scuole. È evidente che le cognizioni che hanno i nostri ragazzi in Veneto, ad esempio, siano diverse da quelle degli altri perchè in Veneto si parla molto il dialetto». L’esponente del Carroccio si dice quindi d’accordo sull’ipotesi di istituire un albo regionale per gli insegnanti, ma ci dovrà essere però prima una selezione sulle conoscenze «della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare». Altrimenti la Lega si metterà di traverso sulla riforma. «Spero davvero che il testo non venga calendarizzato prima di un chiarimento all’interno della maggioranza – dice – Non può essere scavalcata così la volontà del secondo grande partito della maggioranza».

Valentina Aprea (Pdl), proprio per evitare una discussione che spaccasse ulteriormente Lega e Pdl sul punto ha sconvocato il comitato ristretto in attesa di decisioni che, secondo lei, dovrebbe prendere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Il capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, contesta l’atteggiamento del centrodestra: «Stupisce veramente la profonda spaccatura – sottolinea – L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista»

Gelmini: prof legati al territorio

Ogni anno 90mila trasferimenti. E il 70% dei futuri docenti è del sud





Predisi Meridionali nelle scuole Padane

30 luglio, 2009

Come vediamo in questo articolo tratto da La Stampa,  gran parte dei presidi al Nord non sono del Nord. Noi parliamo con i numeri, gli altri criticano con il buonismo!

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(tratto da La Stampa)
Sono 647 i nuovi presidi che inizieranno a lavorare nelle scuole da settembre. Un bel numero, non c’è che dire: da tempo non c’era un ingresso di queste dimensioni. E, però, se si va a guardare la tabella degli idonei pubblicata sul sito dell’Associazione nazionale presidi, è facile capire i motivi del mal di pancia della Lega. Gli idonei sono per metà campani, 346. Altri 91 sono calabresi, 135 i siciliani e 147 i pugliesi. Fatte le dovute somme, ci si rende conto che la quasi totalità degli idonei a cui si farà riferimento per la scelta dei dirigenti è meridionale. E, invece, in almeno 12 regioni non esistono dirigenti ancora in graduatoria da sistemare.
A questo va aggiunto che in alcune regioni, come Sicilia o Puglia, almeno 6 su 10 dei dirigenti ha conquistato l’idoneità vincendo un concorso non ordinario ma riservato che in molti casi prevede il semplice superamento di una prova d’ingresso per un corso di formazione. In molti altri casi l’idoneità la si è conquistata vincendo un ricorso.

Da settembre quindi ci sarà una distribuzione a pioggia di presidi meridionali che cascherà un po’ su tutte le scuole d’Italia ma soprattutto al nord dove i posti vacanti sono in maggior numero. Ed è per questo che a Vicenza due settimane fa con una mozione bipartisan hanno intimato l’alt all’arrivo di dirigenti del Sud. Sotto accusa c’è innanzitutto un concorso bandito nel 2004: numero di posti assegnato a ciascuna regione, e un 10% in aggiunta di idonei da lasciare in lista d’attesa. Ma qualcuno al Sud ci avrebbe provato, mettendo in lista più concorrenti: che ora sarebbero tutti da sistemare. Al nord, invece, hanno inserito nelle graduatorie di merito soltanto il numero di dirigenti previsto dal concorso bandito.

E poi ci sono le sanatorie decise dal governo Prodi. La prima è stata inserita nella Finanziaria 2007, la seconda in un emendamento al decreto milleproroghe del febbraio 2008. In due colpi si faceva cadere il limite del 10% di idonei che potevano essere aggiunti alle liste, e quindi si dava via libera alle irregolarità delle regioni che avevano ‘sforato’ i tetti previsti. Si eliminavano le barriere poste alla immissione in ruolo di dirigenti anche in regioni diverse da quelle dove erano stati banditi i concorsi. E, infine, si decideva che le graduatorie dovevano essere a esaurimento e, dunque, entravano i dirigenti fino ad aver terminato i nomi presenti in graduatoria.

E’ stato questo il meccanismo che ha portato alla mozione bipartisan di Vicenza e a un malcontento in molte regioni del nord. Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, non usa toni accesi ma parla anche con chiarezza: «Le norme vanno rispettate. In questo caso si è verificato un concorso di circostanze che ha modificato in corso d’opera le norme che regolavano l’espeltamento dei concorsi. Purtroppo in Italia le selezioni possono durare anche 3 0 4 anni ma c’è da augurarsi che non accada mai più che le regole vengano cambiate mentre un concorso è ancora in svolgimento, per rispondere alle pressioni di lobbies appartenenti a schieramenti politici di ogni colore».





Testo integrale dell’Articolo 12 Bis

30 luglio, 2009

Articolo 12 bis
1. L’iscrizione all’Albo di cui all’articolo 12 prevede il superamento di un test d’ingresso a carattere culturale e professionale.

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2. Il Ministro del’istruzione, università e ricerca affida al Comitato di valutazione regionale, di cui all’art.12 ter la somministrazione di cinque moduli a risposta aperta finalizzati all’accertamento della conoscenza e consapevolezza dei valori, degli scopi, degli obiettivi e dei requisiti generali dell’insegnamento.

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3. Il Comitato di valutazione regionale valuta in particolare:
a) le aspettative e gli obiettivi che i docenti si pongono, al fine di garantire il raggiungimento degli standard previsti e il possesso delle qualità personali e intellettuali adatte per diventare insegnanti;
b) la conoscenza delle proprie responsabilità future all’interno del sistema d’istruzione e sui metodi da attuare riguardo i bisogni educativi speciali meno diffusi, relativi agli alunni portatori di handicap;
c) la conoscenza di una vasta gamma di strategie per promuovere l’educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla salute e il rispetto delle proprie radici culturali;
d) l’influenza che il sistema valoriale può avere sull’apprendimento degli studenti, influenzando il loro sviluppo fisico, intellettuale, linguistico, culturale ed emotivo;
e) la buona conoscenza delle tecnologie didattiche, sia nell’insegnamento della loro materia sia come supporto del ruolo professionale.

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4. Il test d’ingresso si valuta in centesimi e si intende superata se il candidato consegue un
punteggio non inferiore a 80/100.

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5. L’esito del test concorre alla formazione del voto finale nella graduatoria di merito, ai sensi del comma 3 dell’articolo 12 octies.

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6. La prova si svolge nelle sedi individuate dagli uffici scolastici regionali.





Gli Studenti Padani VOGLIONO IL TEST DI DIALETTO!

28 luglio, 2009

da Corriere.it

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Valentina Aprea (Pdl) investe della questione la conferenza dei capigruppo

Lega: «Test di dialetto per i prof»
Scontro sulla scuola, stop a riforma

Proposta del Carroccio: «Gli insegnanti devono conoscere la cultura della regione dove lavorano»

(foto d'archivio)
(foto d’archivio)

ROMA – I professori dovranno superare un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Stop dunque alla selezione basata sui titoli di studio. È quanto la Lega chiede che sia inserito nella riforma della scuola ora all’esame della commissione Cultura della Camera. Ma il presidente della commissione, Valentina Aprea (Pdl), dice no e sconvoca il comitato ristretto investendo della questione direttamente la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Lega però si oppone. E la riforma, per il momento si blocca.

LA PROPOSTA – «Il presidente Aprea – spiega Paola Goisis, deputata della Lega e presentatrice della richiesta – ci ha detto che il testo dovrà essere discusso direttamente in aula. Ma a questo noi ci opporremo perché non si può scavalcare così la volontà di un partito di maggioranza e la stessa Commissione». «Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così – racconta ancora la parlamentare leghista – abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora era all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che ad un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante». La Lega, cioè, vuole inserire un test, per i professori, che attesti, per dirla con le parole di Paola Goisis, «il loro livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano. «Non garantiscono un’omogeneità di fondo – osserva il deputato del Carroccio – e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al Nord sia meridionale». L’esponente del Carroccio si dice quindi d’accordo sull’ipotesi di istituire un albo regionale per gli insegnanti, ma ci dovrà essere però prima una selezione sulle conoscenze »della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare«. Altrimenti la Lega si metterà di traverso sulla riforma. »Spero davvero che il testo non venga calendarizzato prima di un chiarimento all’interno della maggioranza – dice – Non può essere scavalcata così la volontà del secondo grande partito della maggioranza«. Valentina Aprea (Pdl), proprio per evitare una discussione che spaccasse ulteriormente Lega e Pdl sul punto ha sconvocato il comitato ristretto in attesa di decisioni che, secondo lei, dovrebbe prendere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

L’OPPOSIZIONE – Il capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, contesta l’atteggiamento del centrodestra: »Stupisce veramente la profonda spaccatura – sottolinea – L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista».

Confermiamo la vicinanza del Movimento Studentesco Padano alla causa portata avanti dalla Lega Nord e facciamo un in bocca al lupo affinchè la proposta venga approvata, forza Lega, forza Nord!





GRIMOLDI, ORA ABOLIRE VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

26 luglio, 2009

Milano, 24 lug. (Adnkronos) – ”Da tempo sosteniamo che negli atenei del Nord la didattica e’ migliore. Ci fa piacere constatare che oggi questa verita’ sia sancita anche dal ministero che ha quindi provveduto a destinare i fondi la’ dove servono realmente e dove vengono utilizzati in modo produttivo, tagliandoli a chi li spreca. Un plauso al ministro Gelmini per aver introdotto il principio della meritocrazia nella distribuzione dei fondi pubblici”. Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e coordinatore federale del Movimento Giovani Padani, commenta cosi’ il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri sulle universita’.
”Il prossimo passo, pero’, deve essere quello di eliminare il valore legale del titolo di studio per mettere in concorrenza i diversi atenei, senza far dipendere il futuro lavorativo di un giovane da un pezzo di carta emesso da una universita’ tale solo per il nome”.





Vicenza, mozione del consiglio provinciale: i posti siano riservati ai veneti Vicenza: “No a presidi del Sud nelle scuole della nostra provincia”

24 luglio, 2009

VICENSA – No a dirigenti scolastici del Sud in provincia di Vicenza. La

mozione votata martedì dal consiglio provinciale della città veneta farà
discutere. Anche perché approvata da maggioranza e opposizione: 26
consiglieri su 27. A proporla l’assessore alla Scuola, Morena Martini
del Pdl. Razzismo? “Macché. Non si vuole puntare il dito contro le
professionalità provenienti da altre regioni – dichiara – ma
ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non
virtuose, hanno disatteso”.

Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro. Nel 2004,
dopo quasi un decennio, venne bandito il concorso per dirigente
scolastico, gestito a livello locale. Il bando assegnava ad ogni regione
un certo numero di posti disponibili e alla fine della complessa
procedura gli idonei potevano superare il numero dei posti messi a
concorso al massimo del 10 per cento. Ma in alcune regioni le cose
andarono diversamente. “In Campania, per esempio, gli idonei furono
parecchi di più di quello che prevedeva il bando”, continua la Martini.
Stesso discorso in Sicilia e in altre regioni meridionali, dove si
scatenò una guerra di carte bollate. E quando il governo Prodi consentì
agli idonei la cosiddetta mobilità interregionale, in 6 regioni
settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia,
Veneto ed Emilia Romagna) su 118 poltrone disponibili vennero nominati
ben 108 neodirigenti provenienti dal Sud.

Rischiano ora di andare ad altrettanti presidi meridionali anche i 647
posti autorizzati qualche giorno fa dal ministero dell’Economia per il
2009/2010. Perché le uniche regioni italiane in cui sono ancora presenti
idonei nelle graduatorie dei concorsi per dirigente scolastico – per un
totale di circa 660 candidati – sono Lazio, Marche, Campania, Puglia,
Sicilia e Sardegna. Nelle restanti regioni le liste sono esaurite da
tempo. E a settembre quasi tutti i posti lasciati liberi da coloro che
sono andati in pensione andranno a dirigenti scolastici del Sud. Negli
ultimi anni, coloro che dal profondo Sud hanno fatto le valigie e oggi
insegnano al Nord sono tantissimi. In Veneto 17 insegnanti su 100
provengono dalle regioni meridionali, in Lombardia si tocca quota 31 per
cento.

“Nel Veneto – spiega l’assessore Martini – ci sono circa 70 posti liberi
da coprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono
invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d’Italia, non perché
altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo
stati ligi alla normativa mentre altri – continua – hanno creato liste
di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare”.
E la probabilità che le 70 poltrone libere del Veneto vengano occupate
da meridionali è altissima. Eventualità che non va proprio giù ai
vicentini. “Il Consiglio provinciale ha voluto denunciare il mancato
rispetto della norma da parte di alcune regioni ed evidenziare la
conseguente situazione di svantaggio in cui si trova la regione Veneto
rispetto ad altre realtà nazionali. Tanti insegnanti in servizio nel
Veneto aspirano da anni a diventare dirigenti attraverso un concorso”.

di SALVO INTRAVAIA

(23 luglio 2009, laRepubblica)

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/scuola_e_universita/servizi/presidi-del-sud/presidi-del-sud/presidi-del-sud.html