ADERISCI AI GIOVANI PADANI




Dialetti Padani leggitimamente insegnati nelle nostre scuole? Siamo razzisti, ma…

20 agosto, 2009

… ma il Siciliano è studiato nelle scuole dell’isola a partire dal 1981

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Prof legati al territorio… ma il 70% dei futuri docenti è del Sud

20 agosto, 2009

Scuola, la Lega sul test di dialetto per prof

28 luglio 2009 da ilSole24Ore

I professori dovranno superare un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Stop dunque alla selezione basata sui titoli di studio. È quanto la Lega chiede che venga inserito nella riforma della scuola all’esame della commissione Cultura della Camera. Ma il presidente della commissione, Valentina Aprea (Pdl), dice no e sconvoca il comitato ristretto investendo della questione direttamente la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Lega, però, si oppone. E la riforma, per il momento si blocca.

«Il presidente Aprea – spiega Paola Goisis, deputata della Lega e presentatrice della richiesta – ci ha detto che il testo dovrà essere discusso direttamente in aula. Ma a questo noi ci opporremo perchè non si può scavalcare così la volontà di un partito di maggioranza e la stessa Commissione. Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così – racconta ancora la parlamentare leghista – abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora era all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che ad un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante».

La Lega, cioè, vuole inserire un test, per i professori, che attesti, per dirla con le parole di Paola Goisis, «il loro livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano. «Non garantiscono un’omogeneità di fondo – osserva il deputato del Carroccio – e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’ insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al nord sia meridionale».

Goisis ricorda quindi che lei tempo fa presentò una proposta di legge per rendere obbligatorio l’insegnamento del dialetto nelle scuole. È evidente che le cognizioni che hanno i nostri ragazzi in Veneto, ad esempio, siano diverse da quelle degli altri perchè in Veneto si parla molto il dialetto». L’esponente del Carroccio si dice quindi d’accordo sull’ipotesi di istituire un albo regionale per gli insegnanti, ma ci dovrà essere però prima una selezione sulle conoscenze «della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare». Altrimenti la Lega si metterà di traverso sulla riforma. «Spero davvero che il testo non venga calendarizzato prima di un chiarimento all’interno della maggioranza – dice – Non può essere scavalcata così la volontà del secondo grande partito della maggioranza».

Valentina Aprea (Pdl), proprio per evitare una discussione che spaccasse ulteriormente Lega e Pdl sul punto ha sconvocato il comitato ristretto in attesa di decisioni che, secondo lei, dovrebbe prendere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. Il capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, contesta l’atteggiamento del centrodestra: «Stupisce veramente la profonda spaccatura – sottolinea – L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista»

Gelmini: prof legati al territorio

Ogni anno 90mila trasferimenti. E il 70% dei futuri docenti è del sud





Predisi Meridionali nelle scuole Padane

30 luglio, 2009

Come vediamo in questo articolo tratto da La Stampa,  gran parte dei presidi al Nord non sono del Nord. Noi parliamo con i numeri, gli altri criticano con il buonismo!

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(tratto da La Stampa)
Sono 647 i nuovi presidi che inizieranno a lavorare nelle scuole da settembre. Un bel numero, non c’è che dire: da tempo non c’era un ingresso di queste dimensioni. E, però, se si va a guardare la tabella degli idonei pubblicata sul sito dell’Associazione nazionale presidi, è facile capire i motivi del mal di pancia della Lega. Gli idonei sono per metà campani, 346. Altri 91 sono calabresi, 135 i siciliani e 147 i pugliesi. Fatte le dovute somme, ci si rende conto che la quasi totalità degli idonei a cui si farà riferimento per la scelta dei dirigenti è meridionale. E, invece, in almeno 12 regioni non esistono dirigenti ancora in graduatoria da sistemare.
A questo va aggiunto che in alcune regioni, come Sicilia o Puglia, almeno 6 su 10 dei dirigenti ha conquistato l’idoneità vincendo un concorso non ordinario ma riservato che in molti casi prevede il semplice superamento di una prova d’ingresso per un corso di formazione. In molti altri casi l’idoneità la si è conquistata vincendo un ricorso.

Da settembre quindi ci sarà una distribuzione a pioggia di presidi meridionali che cascherà un po’ su tutte le scuole d’Italia ma soprattutto al nord dove i posti vacanti sono in maggior numero. Ed è per questo che a Vicenza due settimane fa con una mozione bipartisan hanno intimato l’alt all’arrivo di dirigenti del Sud. Sotto accusa c’è innanzitutto un concorso bandito nel 2004: numero di posti assegnato a ciascuna regione, e un 10% in aggiunta di idonei da lasciare in lista d’attesa. Ma qualcuno al Sud ci avrebbe provato, mettendo in lista più concorrenti: che ora sarebbero tutti da sistemare. Al nord, invece, hanno inserito nelle graduatorie di merito soltanto il numero di dirigenti previsto dal concorso bandito.

E poi ci sono le sanatorie decise dal governo Prodi. La prima è stata inserita nella Finanziaria 2007, la seconda in un emendamento al decreto milleproroghe del febbraio 2008. In due colpi si faceva cadere il limite del 10% di idonei che potevano essere aggiunti alle liste, e quindi si dava via libera alle irregolarità delle regioni che avevano ‘sforato’ i tetti previsti. Si eliminavano le barriere poste alla immissione in ruolo di dirigenti anche in regioni diverse da quelle dove erano stati banditi i concorsi. E, infine, si decideva che le graduatorie dovevano essere a esaurimento e, dunque, entravano i dirigenti fino ad aver terminato i nomi presenti in graduatoria.

E’ stato questo il meccanismo che ha portato alla mozione bipartisan di Vicenza e a un malcontento in molte regioni del nord. Giorgio Rembado, presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, non usa toni accesi ma parla anche con chiarezza: «Le norme vanno rispettate. In questo caso si è verificato un concorso di circostanze che ha modificato in corso d’opera le norme che regolavano l’espeltamento dei concorsi. Purtroppo in Italia le selezioni possono durare anche 3 0 4 anni ma c’è da augurarsi che non accada mai più che le regole vengano cambiate mentre un concorso è ancora in svolgimento, per rispondere alle pressioni di lobbies appartenenti a schieramenti politici di ogni colore».





Testo integrale dell’Articolo 12 Bis

30 luglio, 2009

Articolo 12 bis
1. L’iscrizione all’Albo di cui all’articolo 12 prevede il superamento di un test d’ingresso a carattere culturale e professionale.

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2. Il Ministro del’istruzione, università e ricerca affida al Comitato di valutazione regionale, di cui all’art.12 ter la somministrazione di cinque moduli a risposta aperta finalizzati all’accertamento della conoscenza e consapevolezza dei valori, degli scopi, degli obiettivi e dei requisiti generali dell’insegnamento.

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3. Il Comitato di valutazione regionale valuta in particolare:
a) le aspettative e gli obiettivi che i docenti si pongono, al fine di garantire il raggiungimento degli standard previsti e il possesso delle qualità personali e intellettuali adatte per diventare insegnanti;
b) la conoscenza delle proprie responsabilità future all’interno del sistema d’istruzione e sui metodi da attuare riguardo i bisogni educativi speciali meno diffusi, relativi agli alunni portatori di handicap;
c) la conoscenza di una vasta gamma di strategie per promuovere l’educazione alla cittadinanza, alla legalità, alla salute e il rispetto delle proprie radici culturali;
d) l’influenza che il sistema valoriale può avere sull’apprendimento degli studenti, influenzando il loro sviluppo fisico, intellettuale, linguistico, culturale ed emotivo;
e) la buona conoscenza delle tecnologie didattiche, sia nell’insegnamento della loro materia sia come supporto del ruolo professionale.

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4. Il test d’ingresso si valuta in centesimi e si intende superata se il candidato consegue un
punteggio non inferiore a 80/100.

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5. L’esito del test concorre alla formazione del voto finale nella graduatoria di merito, ai sensi del comma 3 dell’articolo 12 octies.

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6. La prova si svolge nelle sedi individuate dagli uffici scolastici regionali.





Gli Studenti Padani VOGLIONO IL TEST DI DIALETTO!

28 luglio, 2009

da Corriere.it

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Valentina Aprea (Pdl) investe della questione la conferenza dei capigruppo

Lega: «Test di dialetto per i prof»
Scontro sulla scuola, stop a riforma

Proposta del Carroccio: «Gli insegnanti devono conoscere la cultura della regione dove lavorano»

(foto d'archivio)
(foto d’archivio)

ROMA – I professori dovranno superare un «test dal quale emerga la loro conoscenza della storia, delle tradizioni e del dialetto della regione in cui intendono insegnare». Stop dunque alla selezione basata sui titoli di studio. È quanto la Lega chiede che sia inserito nella riforma della scuola ora all’esame della commissione Cultura della Camera. Ma il presidente della commissione, Valentina Aprea (Pdl), dice no e sconvoca il comitato ristretto investendo della questione direttamente la conferenza dei capigruppo di Montecitorio. La Lega però si oppone. E la riforma, per il momento si blocca.

LA PROPOSTA – «Il presidente Aprea – spiega Paola Goisis, deputata della Lega e presentatrice della richiesta – ci ha detto che il testo dovrà essere discusso direttamente in aula. Ma a questo noi ci opporremo perché non si può scavalcare così la volontà di un partito di maggioranza e la stessa Commissione». «Noi avevamo presentato una proposta di legge di riforma della scuola. Ma questa non è stata condivisa da tutta la maggioranza. Così – racconta ancora la parlamentare leghista – abbiamo chiesto che ne venisse recepita almeno una parte nel testo unificato che ora era all’esame della Commissione Cultura. Abbiamo rinunciato a tutto, tranne che ad un punto sul quale insisteremo fino alla fine: ci dovrà essere un albo regionale al quale potranno iscriversi tutti i professori che vogliono. Ma prima dovrà essere fatta una pre-selezione che attesti la tutela e la valorizzazione del territorio da parte dell’insegnante». La Lega, cioè, vuole inserire un test, per i professori, che attesti, per dirla con le parole di Paola Goisis, «il loro livello di conoscenza della storia, della cultura, delle tradizioni e della lingua della regione in cui vogliono andare ad insegnare». I titoli di studio, quindi, passeranno decisamente in secondo piano. «Non garantiscono un’omogeneità di fondo – osserva il deputato del Carroccio – e spesso risultano comprati. Pertanto non costituiscono una garanzia sull’adeguatezza dell’insegnante. Questa nostra proposta che, ripeto, è l’unico punto che noi chiediamo venga inserito nella riforma, punta ad ottenere una sostanziale uguaglianza tra i professori del Nord e quelli del Sud. Non è possibile, infatti, che la maggior parte dei professori che insegna al Nord sia meridionale». L’esponente del Carroccio si dice quindi d’accordo sull’ipotesi di istituire un albo regionale per gli insegnanti, ma ci dovrà essere però prima una selezione sulle conoscenze »della lingua, della tradizione e della storia delle regioni dove si intende insegnare«. Altrimenti la Lega si metterà di traverso sulla riforma. »Spero davvero che il testo non venga calendarizzato prima di un chiarimento all’interno della maggioranza – dice – Non può essere scavalcata così la volontà del secondo grande partito della maggioranza«. Valentina Aprea (Pdl), proprio per evitare una discussione che spaccasse ulteriormente Lega e Pdl sul punto ha sconvocato il comitato ristretto in attesa di decisioni che, secondo lei, dovrebbe prendere la conferenza dei capigruppo di Montecitorio.

L’OPPOSIZIONE – Il capogruppo del Pd in commissione Cultura, Manuela Ghizzoni, contesta l’atteggiamento del centrodestra: »Stupisce veramente la profonda spaccatura – sottolinea – L’istruzione è un tema troppo serio e non può divenire oggetto di pericolose incursioni ideologiche dal sapore tutto nordista».

Confermiamo la vicinanza del Movimento Studentesco Padano alla causa portata avanti dalla Lega Nord e facciamo un in bocca al lupo affinchè la proposta venga approvata, forza Lega, forza Nord!





GRIMOLDI, ORA ABOLIRE VALORE LEGALE DEL TITOLO DI STUDIO

26 luglio, 2009

Milano, 24 lug. (Adnkronos) – ”Da tempo sosteniamo che negli atenei del Nord la didattica e’ migliore. Ci fa piacere constatare che oggi questa verita’ sia sancita anche dal ministero che ha quindi provveduto a destinare i fondi la’ dove servono realmente e dove vengono utilizzati in modo produttivo, tagliandoli a chi li spreca. Un plauso al ministro Gelmini per aver introdotto il principio della meritocrazia nella distribuzione dei fondi pubblici”. Paolo Grimoldi, deputato della Lega Nord e coordinatore federale del Movimento Giovani Padani, commenta cosi’ il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri sulle universita’.
”Il prossimo passo, pero’, deve essere quello di eliminare il valore legale del titolo di studio per mettere in concorrenza i diversi atenei, senza far dipendere il futuro lavorativo di un giovane da un pezzo di carta emesso da una universita’ tale solo per il nome”.





Vicenza, mozione del consiglio provinciale: i posti siano riservati ai veneti Vicenza: “No a presidi del Sud nelle scuole della nostra provincia”

24 luglio, 2009

VICENSA – No a dirigenti scolastici del Sud in provincia di Vicenza. La

mozione votata martedì dal consiglio provinciale della città veneta farà
discutere. Anche perché approvata da maggioranza e opposizione: 26
consiglieri su 27. A proporla l’assessore alla Scuola, Morena Martini
del Pdl. Razzismo? “Macché. Non si vuole puntare il dito contro le
professionalità provenienti da altre regioni – dichiara – ma
ripristinare una situazione di diritto che alcune regioni, diciamo non
virtuose, hanno disatteso”.

Per comprendere la questione occorre fare un passo indietro. Nel 2004,
dopo quasi un decennio, venne bandito il concorso per dirigente
scolastico, gestito a livello locale. Il bando assegnava ad ogni regione
un certo numero di posti disponibili e alla fine della complessa
procedura gli idonei potevano superare il numero dei posti messi a
concorso al massimo del 10 per cento. Ma in alcune regioni le cose
andarono diversamente. “In Campania, per esempio, gli idonei furono
parecchi di più di quello che prevedeva il bando”, continua la Martini.
Stesso discorso in Sicilia e in altre regioni meridionali, dove si
scatenò una guerra di carte bollate. E quando il governo Prodi consentì
agli idonei la cosiddetta mobilità interregionale, in 6 regioni
settentrionali (Lombardia, Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia,
Veneto ed Emilia Romagna) su 118 poltrone disponibili vennero nominati
ben 108 neodirigenti provenienti dal Sud.

Rischiano ora di andare ad altrettanti presidi meridionali anche i 647
posti autorizzati qualche giorno fa dal ministero dell’Economia per il
2009/2010. Perché le uniche regioni italiane in cui sono ancora presenti
idonei nelle graduatorie dei concorsi per dirigente scolastico – per un
totale di circa 660 candidati – sono Lazio, Marche, Campania, Puglia,
Sicilia e Sardegna. Nelle restanti regioni le liste sono esaurite da
tempo. E a settembre quasi tutti i posti lasciati liberi da coloro che
sono andati in pensione andranno a dirigenti scolastici del Sud. Negli
ultimi anni, coloro che dal profondo Sud hanno fatto le valigie e oggi
insegnano al Nord sono tantissimi. In Veneto 17 insegnanti su 100
provengono dalle regioni meridionali, in Lombardia si tocca quota 31 per
cento.

“Nel Veneto – spiega l’assessore Martini – ci sono circa 70 posti liberi
da coprire, ma nessuna graduatoria regionale da cui attingere. Ci sono
invece tanti dirigenti in lista di altre regioni d’Italia, non perché
altrove siano più disponibili e bravi che da noi, ma perché noi siamo
stati ligi alla normativa mentre altri – continua – hanno creato liste
di disponibilità pari, talvolta, anche al doppio dei posti da occupare”.
E la probabilità che le 70 poltrone libere del Veneto vengano occupate
da meridionali è altissima. Eventualità che non va proprio giù ai
vicentini. “Il Consiglio provinciale ha voluto denunciare il mancato
rispetto della norma da parte di alcune regioni ed evidenziare la
conseguente situazione di svantaggio in cui si trova la regione Veneto
rispetto ad altre realtà nazionali. Tanti insegnanti in servizio nel
Veneto aspirano da anni a diventare dirigenti attraverso un concorso”.

di SALVO INTRAVAIA

(23 luglio 2009, laRepubblica)

http://www.repubblica.it/2009/07/sezioni/scuola_e_universita/servizi/presidi-del-sud/presidi-del-sud/presidi-del-sud.html





Milano, maestre fantasma: 27 denunce

25 aprile, 2009

Certificati di invalidità falsi, redatti in Calabria, per non lavorare. Ventisette “maestre-fantasma” sono state denunciate a Milano. Lo riporta il quotidiano “La Repubblica”. In tre anni, le insegnanti non avrebbero svolto un solo giorno di lezione. Secondo quanto riportato dal quotidiano, il provveditorato milanese ha inviato un dossier alle procure di Milano e Reggio Calabria. Casi analoghi a Firenze, Venezia e Torino.
Nelle denunce si ricostruiscono i casi di 27 maestre, “invalide e guarite per miracolo, ma intanto trasferite”, sfruttando alcune falle
nella legge 104, quella che disciplina l’handicap, e nel contratto sulla mobilità degli insegnanti. Le maestre sono tutte originarie della
provincia di Reggio Calabria e, dal 2006, hanno chiesto e ottenuto di essere trsferite perché affette da “invalidità fantasma”, come casi gravi di diabete, dolori cronici alla schiena, che al momento opportuno scompaiono. Le province di provenienza delle maestre sono sempre le stesse: Reggio Calabria e Agrigento, anche se sono segnalati casi dal Casertano.





Chignolo Po – Video

13 aprile, 2009

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Stop ai concorsi locali per eliminare i conflitti di interesse

27 marzo, 2009

Università, lista nazionale per i professori
Gli atenei potranno scegliere i nuovi docenti fra quanti avranno ottenuto l’abilitazione, unica per tutta l’Italia
 

ROMA — I concorsi universitari banditi dai singoli atenei — che finora sono serviti a promuovere candidati interni (98 per cento dei casi) — saranno sostituiti da una selezione in due fasi. Per diventare ricercatori, associati o ordinari si dovrà prima di tutto affrontare una abilitazione scientifica nazionale, sulla base di requisiti di produzione scientifica preliminarmente indicati; una prova senza vincoli per il numero dei partecipanti e che non ha come fine la comparazione. La comunità degli studiosi dovrà solo valutare la caratura scientifica dei partecipanti. L’abilitazione durerà un certo numero di anni.

I singoli atenei recluteranno i ricercatori e i professori scegliendo il docente di cui hanno bisogno tra quanti sono in possesso dell’abilitazione. Il Consiglio di amministrazione delle università sarà composto in prevalenza da persone esterne all’ateneo (finanziatori anche pubblici, imprenditori, ex studenti affermati professionalmente). Il rettore diventerà più «autorevole». Non solo perché potrebbe — è un’ipotesi — scegliere alcuni componenti del cda, ma perché in quell’organismo (che decide su come vanno utilizzati i finanziamenti) non siederebbero più i colleghi, insomma non ci sarebbero le componenti che lo hanno eletto e che potrebbero esercitare delle pressioni. Sono le novità più importanti che un disegno di legge di riforma della governance degli atenei e dei concorsi universitari — il ministro Gelmini potrebbe presentarlo entro due mesi — dovrebbe definire nei dettagli. Un disegno di legge che dovrebbe colpire le logiche corporative e i conflitti di interesse del mondo universitario.

Per il momento ci sono solo delle linee guida, sulle quali si registra la convergenza del mondo accademico e dell’opposizione. Martedì un primo confronto con il ministro, con più di 70 rettori, il responsabile Pd dell’educazione, Giuseppe Fioroni, il presidente della Crui Enrico Decleva, il vice capogruppo del Pdl al Senato Gaetano Quagliariello e il senatore del Pdl Giuseppe Valditara. Per Fioroni riforme e risorse possono marciare di pari passo. «Siamo interessati a questo percorso — ha detto — ma ci aspettiamo segnali sia dal prossimo Dpef che dalla Finanziaria. Diversamente, con i tagli previsti, dal 1˚ gennaio 2010 anche le università virtuose saranno costrette a tagliare servizi essenziali». «Non siamo insensibili alle richieste del mondo accademico sulle risorse economiche — ha replicato il ministro Gelmini — ma siamo anche consapevoli che per rilanciare il sistema universitario alle risorse vanno affiancate le riforme. Serve un nuovo patto tra le università, la politica e il Paese che ci faccia guadagnare in credibilità ed efficienza e ci legittimi a chiedere risorse e investimenti». «È emersa un’ampia condivisione delle linee generali sulla proposta avanzata dal Governo e dalla maggioranza», ha dichiarato il senatore del Pdl, Giuseppe Valditara.

 

 

Giulio Benedetti, Corriere della Sera del 25 marzo 2009